007 - La morte può attendere

Il film di Lee Tamahori recensito da Marco Cavalleri

foto intervento

 

007 - LA MORTE PUO' ATTENDERE
di Lee Tamahori


recensione di
MARCO CAVALLERI

 

credits

007 - LA MORTE PUO' ATTENDERE
Tit. or.: 007 - Die Another day - Regia: Lee Tamahori - Scenegg.: N. Purvis, Robert Wade - Int.: P. Brosnan, H. Berry, T. Stephens, R. Pike - Fotogr.: D. Tattersall - Mont.: Ch. Wagner - Scenogr.: P. Lamont - Musiche: D. Arnold - Prod.: Usa, 2002 - Distrib.: 20th Century Fox Italia - Durata: 135'

 


Tempi duri per James Bond. Catapultato in Corea del Nord per tirare le fila di un traffico di "conflict diamonds" provenienti dalla Sierra Leone, crede di eliminare il corrotto colonnello Moon ma cade nelle braccia dell'esercito coreano capitanato dal padre della vittima. Dopo 14 mesi di torture viene scambiato con il sadico Zao solo per scoprire di essere stato sospeso dal servizio e ritenuto un traditore. Ormai libero cittadino, Bond approda a Cuba dove trova l'affascinante agente statunitense Jinx e una clinica dove criminali internazionali modificano la propria identità genetica. E' solo l'inizio di una serie di avventure la cui posta in gioco è il mondo, e dove il maggior pericolo si nasconde dietro persone apparentemente rassicuranti. Ma, tra una puntata tra i ghiacci islandesi e uno show- down a bordo di un aereo - fortezza, non è difficile intuire chi l'avrà vinta.


Agente 007 - La morte può attendere arriva in Italia confortato da un ottimo incasso statunitense (circa 160 milioni di dollari) e da recensioni generalmente unanimi nel sottolinearne la miglior riuscita rispetto agli ultimi episodi della serie. Piacerebbe essere d'accordo, ma da bondofilo d'annata l'impressione è quella di un abbaglio. Intendiamoci, lo spettacolo c'è e tutto sommato tiene, e qualche sequenza produce la meraviglia che ci si attende da ogni film di Bond. Il problema, purtroppo, è altro e attiene al mito, quel mito che Fellini sottolineò entusiasta dopo aver visto Goldfinger. Dichiarando che, seppur in modo sicuramente distorto e amplificato, l'agente con licenza di uccidere rappresentava molti dei desideri e delle paure dell'uomo degli anni '60.

 

Bene, non diversamente dagli ultimi titoli quest'ennesima declinazione delle avventure bondiane non rappresenta altro che se stessa. Il risultato è quello di un kolossal di qualche appeal visivo - soprattutto grazie alle scenografie di Peter Lamont, ormai alla 17° collaborazione nel filone ufficiale - ma di scarso interesse, strapieno di citazioni (dal bikini della Ursula Andress di Licenza d'uccidere alla trappola al laser di Goldfinger fino al satellite - killer di Una cascata di diamanti e Goldeneye) che restano fini a se stesse, di episodi che procedono non per sviluppo ma per accumulo. Difetto certamente di sceneggiatura, visto che gli autori dello script sono gli stessi del mediocrissimo Il mondo non basta: tra colpi di scena risaputi e addirittura una improvvida scivolata verso il manga nel finale (con tanto di supercattivo avvolto in armatura avveniristica), è impossibile non ritrovarsi presto annoiati. Ma anche difetto ormai connaturato a una serie che non sembra aver più nulla da dire neanche sul piano degli effetti, avendo ormai da tempo perso per strada qualunque pretesa di identificazione col proprio pur folto pubblico. E la regia di Lee Tamahori (che pur fece ben sperare coi suoi primi titoli) tra ralenti incongrui e accelerazioni da spot è di quelle puramente di servizio. Se quest'anno XXX ci sembrò una versione videoclippara di 007, purtroppo quest'ultimo 007 sembra la versione videoclippara di XXX: e la serie appare ridotta a parodia di se stessa. Evitabile.

 

Marco Cavalleri

 

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