36, Quai Des Orfévres

Olivier Marchal è un regista che filma ciò che conosce e che conosce ciò di cui parla. Recensione di TULLIO DI FRANCESCO

foto intervento

 

36 QUAI DES ORFÈVRES
di Oliver Marchal

 

recensione di
TULLIO DI FRANCESCO

 

credits

36 QUAI DES ORFÈVRES (id., 2004)
REGIA: Olivier Marchal. SCENEGG: Olivier Marchal, Franck Mancuso, Julien Rappeneau, Dominique Loiseau.
FOT: Denis Rouden. MUSICA: Erwann Kermorvant, Axelle Renoir. PRODUZ: LGM Production, Gaumont.
DISTRIBUZ: Medusa. ORIGINE: FRANCIA. DURATA: 1h:50’ INTERPRETI: Daniel Auteuil, Gérard Depardieu, André Dussolier, Valeria Golino

 

 

Un laconico, malinconico capo della Brigata d’intervento rapido è sulle tracce di una spietata banda di svaligiatori di portavalori blindati. Nella sua caccia è in competizione con il burbero e privo di scrupoli capo della Brigata di repressione del banditismo, con cui già non corre buon sangue per un’antica rivalità in amore, nella quale è stato il primo a spuntarla e a sposare la donna amata: la ricompensa per chi catturerà la banda è il posto di direttore generale della Police Judiciaire. Ma il flic è uno di quei sporchi lavori che, nella distinzione tra rispetto della legge ed applicazione della giustizia, ti porta a compiere atti che la collettività che proteggi non sempre approverebbe.

 

Lo sa il nostro protagonista che nel corso della sua indagine, incastrato da un proprio informatore e braccato dal rivale, procederà lungo una parabola discendente che, nell’ordine, gli farà morire un caro collega, lo relegherà in prigione e gli farà perdere la moglie, mentre al contrario, tra la riprovazione degli altri onesti flic, il suo avversario sale gli agognati gradini della gerarchia e della scala sociale. La vendetta è un piatto da consumare freddo, e quando il nostro, dopo anni, esce di prigione le traiettorie del destino seguiranno un moto inesorabile per quanto imprevisto…

 

Olivier Marchal, del quale non conosciamo il suo precedente Gangsters, è uno che filma ciò che conosce e che conosce ciò di cui parla, avendo militato veramente per più di un lustro nella polizia parigina. Anzi, il cartello finale ci avvisa che il film è dedicato alla memoria di Dominique Loiseau, poliziotto caduto nell’adempimento del suo dovere (il quale curiosamente compare nei crediti della sceneggiatura), e che quindi il tutto nasce da un rimaneggiamento di memorie autobiografiche e fatti realmente accaduti. In più, nella pellicola, sussiste la dimensione del polar, il poliziesco francese, con i suoi rimandi (già dal titolo – indirizzo della sede centrale della polizia parigina, nell’Île de la Cité – che richiama – nell’originale – un noto classico di Henri-Georges Clouzot, Legittima difesa) e i suoi cliché: i poliziotti sdruciti, le puttane dal cuore d’oro, i vecchi lestofanti incanutiti e resi saggi dalla vita (al contrario dei giovani). Insomma, quel mondo desueto dei Melville, Clouzot, Duvivier e Becker, incalzato ora dalla spietata crudeltà delle mafie etniche.

 

E fin qui andrebbe ancora bene, poiché 36 – che, lo ricordiamo, è stato lodato non solo dalla critica transalpina, che potrebbe peccare di sciovinismo, ma anche da buona parte della nostrana – si pone un po’ come un connubio tra poliziesco del passato e poliziesco del presente. La prima ora di film è secca, diretta e girata con il giusto nervosismo e la giusta maestria – siamo, per intenderci, dalle parti dell’Heat di Michael Mann, che Marchal ha sicuramente tenuto ben presente –, e non sono tanto gli ormai scontati effetti di ralenti e gli accelerati che fanno tendenza ad infastidire. Così come, e lo dicevamo, i cliché che sono parte del genere. Ci si aggiunga un cast che – a parte qualche dubbio su Auteuil come protagonista – schiera un Depardieu che, con i baffi e sotto alcuni particolari tagli di luce, sembra un rude Nick Nolte.

 

No, ad infastidire è come si sia riusciti a rovinare quello che poteva essere un notevole polar. In particolare, la seconda ora del film divorzia dal ritmo e dalla suspense dell’azione e si affida al gusto della ridondanza, dove tutto è ripetuto e sottolineato nelle situazioni come nelle inquadrature. L’inoltrarsi nella tragedia personale di Auteuil, l’intimità familiare, le parentesi con la moglie e la figlia, il non voler elidere e trascurare nessuno dei personaggi e dei fili secondari della trama, il voler forzatamente far quadrare tutti i conti fino all’inquadratura finale sono le zavorre che fanno affondare per buona parte questo film. Marchal non ha saputo staccarsi a sufficienza dalla materia di cui tratta (e sorvoliamo sul messaggio di fondo che giustifica chi si fa giustizia con le proprie mani), e l’ambizione alla bella scrittura gli ha fatto dimenticare che, spesso, la bellezza dei suoi modelli ispiratori sta proprio nella loro ruvida, sbrigativa imperfezione.

 

Tullio Di Francesco


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