36, Quai Des Orfévres
Olivier Marchal è un regista che filma ciò che conosce e che conosce ciò di cui parla. Recensione di TULLIO DI FRANCESCO

36 QUAI DES
ORFÈVRES
di Oliver Marchal
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36 QUAI DES ORFÈVRES (id., 2004) |
Un laconico, malinconico capo della Brigata d’intervento rapido è sulle tracce di una spietata banda di svaligiatori di portavalori blindati. Nella sua caccia è in competizione con il burbero e privo di scrupoli capo della Brigata di repressione del banditismo, con cui già non corre buon sangue per un’antica rivalità in amore, nella quale è stato il primo a spuntarla e a sposare la donna amata: la ricompensa per chi catturerà la banda è il posto di direttore generale della Police Judiciaire. Ma il flic è uno di quei sporchi lavori che, nella distinzione tra rispetto della legge ed applicazione della giustizia, ti porta a compiere atti che la collettività che proteggi non sempre approverebbe.
Lo sa il nostro protagonista che nel corso della sua indagine, incastrato da un proprio informatore e braccato dal rivale, procederà lungo una parabola discendente che, nell’ordine, gli farà morire un caro collega, lo relegherà in prigione e gli farà perdere la moglie, mentre al contrario, tra la riprovazione degli altri onesti flic, il suo avversario sale gli agognati gradini della gerarchia e della scala sociale. La vendetta è un piatto da consumare freddo, e quando il nostro, dopo anni, esce di prigione le traiettorie del destino seguiranno un moto inesorabile per quanto imprevisto…
Olivier Marchal, del quale non conosciamo il suo precedente Gangsters, è uno che filma ciò che conosce e che conosce ciò di cui parla, avendo militato veramente per più di un lustro nella polizia parigina. Anzi, il cartello finale ci avvisa che il film è dedicato alla memoria di Dominique Loiseau, poliziotto caduto nell’adempimento del suo dovere (il quale curiosamente compare nei crediti della sceneggiatura), e che quindi il tutto nasce da un rimaneggiamento di memorie autobiografiche e fatti realmente accaduti. In più, nella pellicola, sussiste la dimensione del polar, il poliziesco francese, con i suoi rimandi (già dal titolo – indirizzo della sede centrale della polizia parigina, nell’Île de la Cité – che richiama – nell’originale – un noto classico di Henri-Georges Clouzot, Legittima difesa) e i suoi cliché: i poliziotti sdruciti, le puttane dal cuore d’oro, i vecchi lestofanti incanutiti e resi saggi dalla vita (al contrario dei giovani). Insomma, quel mondo desueto dei Melville, Clouzot, Duvivier e Becker, incalzato ora dalla spietata crudeltà delle mafie etniche.
E fin qui andrebbe ancora bene, poiché 36 – che, lo ricordiamo, è stato lodato non solo dalla critica transalpina, che potrebbe peccare di sciovinismo, ma anche da buona parte della nostrana – si pone un po’ come un connubio tra poliziesco del passato e poliziesco del presente. La prima ora di film è secca, diretta e girata con il giusto nervosismo e la giusta maestria – siamo, per intenderci, dalle parti dell’Heat di Michael Mann, che Marchal ha sicuramente tenuto ben presente –, e non sono tanto gli ormai scontati effetti di ralenti e gli accelerati che fanno tendenza ad infastidire. Così come, e lo dicevamo, i cliché che sono parte del genere. Ci si aggiunga un cast che – a parte qualche dubbio su Auteuil come protagonista – schiera un Depardieu che, con i baffi e sotto alcuni particolari tagli di luce, sembra un rude Nick Nolte.
No, ad infastidire è come si sia riusciti a rovinare quello che poteva essere un notevole polar. In particolare, la seconda ora del film divorzia dal ritmo e dalla suspense dell’azione e si affida al gusto della ridondanza, dove tutto è ripetuto e sottolineato nelle situazioni come nelle inquadrature. L’inoltrarsi nella tragedia personale di Auteuil, l’intimità familiare, le parentesi con la moglie e la figlia, il non voler elidere e trascurare nessuno dei personaggi e dei fili secondari della trama, il voler forzatamente far quadrare tutti i conti fino all’inquadratura finale sono le zavorre che fanno affondare per buona parte questo film. Marchal non ha saputo staccarsi a sufficienza dalla materia di cui tratta (e sorvoliamo sul messaggio di fondo che giustifica chi si fa giustizia con le proprie mani), e l’ambizione alla bella scrittura gli ha fatto dimenticare che, spesso, la bellezza dei suoi modelli ispiratori sta proprio nella loro ruvida, sbrigativa imperfezione.
Tullio Di Francesco